Sulle pagine del Corriere della sera, la sorella Silvana, che ne ha raccolto il testimone dopo la prematura scomparsa, ha raccontato il fratello e stilista degli anni Ottanta Enrico Coveri. Edonista e permaloso, collezionista d’arte, portava sempre con sé una Polaroid che utilizzava come fosse un bloc notes, adorava il circo e gli animali esotici, e fu il primo stilista italiano a sfilare a Parigi (nel 1980), diventando il punto di riferimento delle più importanti celebrities degli anni Ottanta (tra gli altri Andy Warhol lo ritrasse in uno dei suoi famosi quadri). Dopo tanto bianco e nero che ricordava i film neorealisti, Enrico Coveri, originario di Prato, il distretto tessile toscano, portò nei vestiti il colore con una spregiudicata allegria, declinato nelle tinte forti, nella esuberante fantasia delle stampe o in cascate di paillettes. Fu infatti il primo a portare nella moda la joie de vivre, a intenderla come puro piacere, a “sdoganare il colore dal pregiudizio di non avere qualità “intellettuali”. Per Enrico non era un pigmento, ma uno stato d’animo, segnale pulsante di vita, dinamismo, allegria”, come ricorda Silvana Coveri nell’intervista. La scrittrice Francoise Sagan, famosa per il best seller “Bonjour tristesse”, gli riconosceva l’abilità di “creare qualcosa e contemporaneamente farla conoscere”. Nel 1986 Coveri scelse Stephanie di Monaco come testimonial della sua campagna della collezione autunno-inverno (anni dopo, Gucci ha replicato con la nipote Charlotte Casiraghi), ma allora vestì tutte le donne più famose: Lady Diana, Marta Marzotto, che fu anche la sua musa, Liz Taylor e tante altre. Si sentiva affine a Elio Fiorucci, un altro stilista trasgressivo, e a Franco Moschino, innovatore come lui negli anni Ottanta, tutti stilisti che hanno segnato una svolta per la moda italiana; ma ammirava anche Gianfranco Ferrè per il rigore e la ricerca della perfezione. Già decenni fa il francese Pierre Cardin gli spiegò l’importanza dei contratti di licenza che Coveri è stato tra i primi a sfruttare, facendone il punto di forza della maison, soprattutto dopo la sua morte, con la gestione della sorella Silvana e dei figli di lei. Enrico Coveri fu amico e sodale degli artisti più importanti di quegli anni: Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Andy Warhol tra tutti, la generazione americana che ideò la pop art, una movimento artistico in fondo contiguo alla moda trasgressiva e innovativa di Coveri che, tra le altre cose, sdoganò le paillettes, tanto da far dire al quotidiano francese le Figaro: “Le paillettes stanno a Coveri come le catene a Chanel”. Per festeggiare i dieci anni della maison invitò cento artisti italiani che risposero tutti entusiasti: da Nespolo a Tadini, da Rotella a Mondino, diventati poi negli anni successivi i protagonisti dell’arte italiana, e comprò nel tempo vari “pezzi” del palazzo Medici Soderini sul lungarno a Firenze, per farne Palazzo Coveri. Un progetto però rimasto incompiuto a causa della morte prematura a 38 anni, nel 1990, di uno dei primi protagonisti geniali della moda italiana, che da allora, anche grazie a figure come la sua, è diventata il punto di riferimento in tutto il mondo.