C’è una parola che gli italiani hanno regalato al mondo dell’eleganza, ma che gli italiani stessi hanno quasi dimenticato di aver inventato: sprezzatura.
La coniò Baldassarre Castiglione nel 1528, nelle pagine de Il Cortegiano, il trattato più letto d’Europa per almeno un secolo. La definizione, tradotta dal cinquecentesco al presente, suona così: «usare in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi».
Un’idea prima ancora che un abito
La sprezzatura non è un dettaglio sartoriale. È un modo di stare al mondo. Castiglione, ambasciatore mantovano alla corte di Urbino, osservava una nobiltà che aveva capito una cosa fondamentale: la perfezione ostentata è volgare. Il vero segno di superiorità è la disinvoltura — quella che fa sembrare naturale ciò che è stato costruito con enorme cura.
È il contrario esatto del dandy francese, che verrà tre secoli dopo con Beau Brummell e Baudelaire. Il dandy vuole essere visto; il cortegiano italiano vuole apparire come se non ci avesse pensato. Due filosofie opposte dell’eleganza — e non è un caso che sia la seconda ad aver influenzato la sartoria italiana del Novecento.
La spalla napoletana, figlia del Cortegiano
Quando negli anni Trenta a Napoli sartorie come Attolini iniziarono a smontare la spalla rigida delle giacche inglesi, sostituendo la spallina interna con una manica arricciata quasi fosse camicia — la famosa spalla-camicia — stavano applicando, forse senza saperlo, il principio di Castiglione. Il capo non doveva sembrare costruito. Doveva sembrare già indossato, familiare, addolcito dal tempo prima ancora che il tempo lo toccasse.
Lo stesso vale per il taglio Milanese, con la sua manica montata bassa che concede movimento invece di imporlo. E per il finto sfilato, quell’ultimo bottone della manica che si lascia aperto perché «pare così, senza volerlo».
Gianni Agnelli, ultimo maestro della sprezzatura
Se il Cortegiano avesse avuto un lettore ideale nel Novecento italiano, quello sarebbe stato l’Avvocato. Gianni Agnelli portava l’orologio sopra il polsino della camicia. Metteva gli scarponi da sci con l’abito da lavoro. Non stringeva mai completamente il nodo della cravatta.
Ognuno di questi gesti era studiato — e proprio per questo, come vuole Castiglione, doveva sembrare accidentale. Non a caso Yves Saint Laurent lo definì «l’unico uomo capace di vestire un doppio petto come se fosse una t-shirt».
Sprezzatura non è trascuratezza
Qui si annida il malinteso più diffuso. La sprezzatura non è un capo stropicciato indossato con noncuranza. È il risultato di una cura estrema — nel tessuto, nel taglio, nel modo di indossare — che poi finge di non essersi mai preoccupata di sé.
Un abito di sartoria italiana ben fatto richiede tre prove, cinquanta ore di lavoro, mesi di attesa. Ma il suo obiettivo finale è farvi sembrare come se lo aveste sempre avuto. Come se fosse «venuto fatto senza fatica».
È questa la differenza fondamentale con l’eleganza inglese, che al contrario celebra la costruzione: la spalla di Savile Row è netta, definita, dichiaratamente costruita. La sprezzatura italiana la nasconde, la ammorbidisce, la fa dimenticare.
L’unica lezione che resta di Castiglione
In cinque secoli le mode sono cambiate cinquanta volte. La sprezzatura no. È l’unica costante dell’eleganza italiana — e forse l’unico contributo davvero originale che l’Italia abbia dato al modo di vestire maschile.
Vale ancora oggi, in un tempo che confonde ostentazione e presenza. Vestirsi con sprezzatura significa scegliere capi che parlino a bassa voce: un blazer di lana fresca senza fodera, una camicia in oxford leggermente sciupata, un pantalone di lino con la piega che si perde a metà giornata. Nulla che gridi. Tutto che resti.
È la ragione per cui, entrando nel nostro atelier di Corso Magenta, i capi che scegliamo raccontano prima di tutto una storia di misura — di quel «nasconder l’arte» che è la cifra più italiana dell’eleganza.